(navigation image)
Home American Libraries | Canadian Libraries | Universal Library | Community Texts | Project Gutenberg | Children's Library | Biodiversity Heritage Library | Additional Collections
Search: Advanced Search
Anonymous User (login or join us)
Upload
See other formats

Full text of "Alla Guardia civica italiana degli Stati pontificii regnando l’immortale Pio IX : [quattro canti militari dell’antica Grecia fatti per ogni etaÌ€ per ogni nazione / autori Tirteo e Callino]"

QUATTRO CANTI MILITARI 

DELL' ANTICA GRECIA 

FATTI 

p?r ogni <$tà ptx ogni Mozione 

AUTORI 
TIBTEO E CALMIVO 



~^*£i$^z&p TJJ^" ' 





ALLA 



GUARDI4 CIUCI ITALIANA 

DEGLI STATI PONTIFICII 

L' IMMORTALE PIO IX 



« . . . Ogni«fondalore redime, obbedendo 
« a una missione providenziale. » 



FILIPPO DE BONI. 



+-H»»»é S < 3« « m 



ANCONA 

COI TIPI DI G. SARTORI CHERUBINI 

con ytxmi**ior\t 
1847. 



QUATTRO GANTI MILITARI 

11*8,1/ ANTICA CiltEtlI 

FATTI 

PER OGNI ETÀ PER OGNI NAZIONE 

AUTORI 

T1RTE0 E GALLINO 



« 11 principio di qualunque virtù è la l'orza; 
« e il mezzo per procedere da questo prìn- 
« cipio a quel fine, la ragione e il consiglio. 

FRANCESCO LOMONACO 

nel libro della virtù militare 



FRATELLI 



Le azioni forti procedono dai forti pensieri; 
e il corpo ad altro non piega che al voler della 
mente: esso è la materia sotto lo strumento 
dell' artefice , che è la mente di quello. Né il 
corpo la vince o signoreggia , se non allora che 
trovala inerte, vuota , e annebbiata da foschi 
vapori. A forti pensieri assuefatta, ella non può 
che fortemente volere, A ciò sopperiscono i Canti, 
ch'io vi presento, tramandatici dall'antica pru- 
denza j dal patriottismo di genti, che a noi fu- 
rono e sono consorti, primitive e sole, di gran- 
dissime glorie, di non minori sventure — le 
genti di Grecia. Essi appartengono air umanità 



che è di tutti i tempi ; sono figli del vero , la 
cui vita non ha tramonto. Per questo non ci 
troverete un sol Mito che li separi dalla civiltà 
d'oggidì. Seguitiamone il grido , traduciamone in 
atto il sentimento quando che sia , se il nemico 
ci assalti.., Noi felici se avvenga che un eco ci 
ridestino in petto le voci degli avi nostri! — 
Essi furono forti perchè prudenti; e furono in- 
vitti insino a tanto che prudenti e forti si sep- 
pero conservare. 



SEVERIANO FOGACCI 



TIRTEO 



FIORIVA TIRTEO 684 ANNI AVANTI L' ERA VOLGARE. È INCERTO 
QUAL CITTÀ GLI DESSE I NATALI. CHI DICE ATENE, CHI LACE- 
DEMONE MILETO. Noi LO TROVIAMO INVOLUTO NELLE GUERRE 
DI sparta. Sono gli spartani , pe j QUALI CREAVA LE SUE 

CANZONI DI GUERRA , CUI gufi' PETTI FORTISSIMI s' INFIAMMAVANO 
CANTANDOLE NELL' ANDARE A BATTAGLIA. — COSÌ LA POESIA 
ED IL CANTO ACCRESCEVANO IL SENSO DELLA VITA E CANGIAVANO 
IN ORGOGLIO NAZIONALE IL SANTO AMORE DI PATRIA. — 



I 



È bello , è divino per Y uomo onorato 
Morir per la patria, morir da soldato 
Col ferro nel pugno, coir ira nel cor. 

Tal morte pel forte non è già sventura : 
Sventura è la vita dovuta a paura, 
Dovuta air eterno de' figli rossor. 



Chi son quei meschini che vanno solinghi, 
Sparuti per fame , cenciosi , raminghi , 
Che in volto han dipinto l' obbrobrio , il dolor ? 

Se il chiedi a' vicini così ti diranno : 
j Quei vili raminghi più patria non hanno ; 
» Fuggiron dal campo ; l'infamia è con lor. 



Mirate quei padri , quei vecchi cadenti , 
Le squallide spose coi figli morenti; 
Mirate miseria eh' è senza pietà ! 

Non alzan quei volti dannati allo scherno : 
Il ciel della patria non miri in eterno 
Chi un cor per amarla nel petto non ha. 



10 

Ah ! dunque di fuga pensier non v* alletti ; 

Non sieda paura nei liberi petti; 
Ma v'arda cocente di guerra il desir. 

Pugnam per la patria , pugnamo pe' figli 
L' amor della vita viltà non consigli : 
Se vincere è bello, pur bello è morir. 



Che infamia se i vecchi lasciando sul campo, 
I vecchi che speme non hanno di scampo , 
La vita codarda correste a salvar ! 

Ma spose , ma figli quei vecchi non hanno ? 
( Gli stessi nemici fremendo diranno ) 
Perchè quei meschini non vanno a salvar? . . 



Bruttate di sangue la barba , le chiome 

Riversano al suolo quei vecchi , siccome 
Figliuoli del fango dannati a morir. 

Orrendo a vedersi ! Di sangue grondante 
Ciascuno morendo con labbro tremante 
S'ascolta all'ignavia de' suoi maledir. 



Non piombi sul capo cotanta vergogna ! 

Non s'oda dai padri sì dura rampogna ! 
Si mora piuttosto, ma salvo l'onor. 

La lode de' forti si chiuda neir urna ; 
Le greche donzelle nell'ora notturna 
La spargan pietose di pianto e di fior. 



11 



magnanimi figli d'Alcide, 

Non vi sveglia la tromba di guerra? 

Non vedete il vicino che ride 

Del timore che il cor v* agghiacciò ? 

Mano al brando: sia nube che passa 
La viltà che le fronti v* abbassa : 
Mano al brando: su via — maledetto 
Chi di faccia al nemico tremò! 



Siate forti , figliuoli di forti; 

Ricordate de' padri V imprese : 

No, che in mezzo alle stragi alle morti 

Non apprese chi è greco a fuggir , 

Molti contro d'un solo son volti; 
Ma combatte quel sol contro i molti: 
Pria che viver la vita del vile , 
Volle in campo da forte morir. 



12 

Voi sapete qual inno di lode 

Accompagni gli estinti in battaglia ; 
Voi sapete del vile, del prode 
L'ineguale fortuna qual è. 

Voi la fuga dei vinti vedeste ; 
Voi suir onta nemica rideste ; 
Voi , raggiunto il codardo fuggiasco 
L'aggravaste di ceppi nel pie. 



Fortunato chi primo sul campo 
Corre i petti nemici a ferire ! 
Senza speme di libero scampo 
Disse in core » vittoria o morir » 

Spesso evita la falce di morte 
Chi la guata col riso del forte; 
Ma Tincontran più spesso i codardi, 
Che davanti al nemico fuggir . . . 



E rovesciano al suolo siccome 

Lievi canne troncate dal vento ; 
Nella polve e nel sangue le chiome 
Aggruppate, ti spiran terror. 

I fratelli, le spose gentili 
Non lamentan la morte dei vili; 
Ma la piaga che a tergo rosseggia 
Guatan' muti senz' ira e dolor. 



13 



Generoso guerriero di rabbia 

Àrde in core , calpesta la terra 9 
E mordendo nell'ira le labbia 
Corre in campo i perigli a sfidar. 
Egli ascolta dei cari per via 
Quella lode che gli uomini india : 
Dice il padre mostrandolo al figlio ; 
» Quegli è il Prode che devi imitar » 



Su j garzoni , correte correte 

Dove accesa più ferve la pugna ; 
Affrontate , ferite \ uccidete 
Fin che in petto vi dura il respir : 
Ed in chiusa falange ristretti 7 
Tutti 7 i petti congiunti coi petti , 
Piedi a pie , scudo a scudo , elmo ad elmo 
Più sicuri potrete ferir. 



Dove il nembo di guerra è più scuro 
Sotto l'ombra dei concavi scudi , 
Dalla pioggia de' sassi securo 
Corra il velite in campo a pugnar 

E coi dardi e coir arco e la spada 
Fra i nemici si sgombri la strada ; 
Né paventi l'insidia da tergo, 
Che i compagni il verranno a salvar. 



u 



III 



Altri vanti il pie veloce t 
Altri il pugile valor , 
De' Ciclopi il cor feroce 
E di Mida l'ostro e l'or ; 

Altri vanti di Titone 

La bellezza celestial , 
Altri vanti il bel sermone 
Onde Adrasto fu immortai ; 

Altri vanti il vasto impero , 
Ove Pelope regnò ; 
Altri il mirto o finto o vero, 
Onde T uomo si fregiò . 

Ma se in guerra non dimostra 
Fermo il volto i fermo il cor 
Ei sarà nell'età nostra 
Senza gloria e senza onor. 

Quegli è prode , quegli é forte , 
Quegli un inno meritò 
Che fra i rischi della morte 
Corse intrepida e pugnò. 



15 



Questo è vanto , questa è lode , 
Che T oblìo mai non assai: 
Questa gloria il giovin prode 
Rende ai posteri immortai . 

Ei lodato dalle genti, 

Della patria egli l'amor, 
Perchè in mezzo ai combattenti 
Si lanciava con furor. 

Ed ignaro del timore, 

Vergognando di fuggir, 
Fermo in volto, fermo in core 
Aspettava di morir. 

* 

Solo , intrepido , feroce 

L'onda orribile aspettò, 
E col brando e colla voce 
I nemici spaventò» 

Alfin cadde , allìn la vita 

L* atre Parche gì* involar ; 
Ma nel petto la ferita 
Vider tutti e giubilar. 

Rotto ha T elmo , traforata 

La lorica ha quel guerrier ; 
Ma la man benché gelata 
Stringe il brando in atto fier. 



16 



L'età bionda e la senile 

Lamentando il suo destin , 
Suir avel di quel gentile 
Sparge il lauro cittadin. 

Breve pietra, poca terra 
La gran salma coprirà; 
Ma negli anni della guerra 
Il suo nome non morra. 

I nepoti ammireranno 

Quel valor che rinfiammò , 
Ed ai figli narreranno 
» Ei la patria un dì salvò 

Finche visse , spoglie ostili 
Riportava vincitor , 
Ed i giovani gentili 
Fecer plauso al suo valor. 

I vegliardi predicàro 

Benedetto quel guerrier , 
Ed ai figli lo mostralo 
Lacrimando di piacer . . . 

Dalla patria , dagli amici 
Chi vuol gloria meritar, 
Faccia core e fra i nemici 
Corra intrepido a pugnar. 



17 

A Sparta « dai venti ai sessantanni, ogni uomo libero era cen- 
sito per le armi. Loro nerbo era la fanteria: nella cavalleria s'arruo- 
lavano i meno prodi: non avevano mura alla loro città, non macchine; 
e Arcbilamo vedendone una — Da qui innanzi , sclamò , è finita pel 
valore. — Cbe avrebbe detto della strategia de' nostri tempi? Ordinò 
Licurgo non facessero a lungo guerra allo stesso nemico . acciocché 
questo non impalasse i loro artifìzii. Dividevansi in cinque reggi- 
menti ( more ) secondo il numero delle Tribù ; ciascuno di quattro 
battaglioni (lochi) composti di otto pentecosie o sedici enomatie 
cioè compagnie. Armi la picca, la lancia, spada corta, scudo grande 
fregiato colle lettere iniziali della patria e colle proprie divise. Uno 
vi dipinse una mosca grande al naturale , dicendo ; Andrò si presso 
al nemico eh' ei la vegga. » 

« Per la battaglia vestivansi di rosso , pettinavansi e coronavansi 
di fronde.... Giunti al confine, sacrificavano a Giove e a Pallade ; 
toglievano dai patrii altari un tizzone pel sacrificio che il re facea 
d' una capra il giorno della mischia ; poi esso intonava sull' aria di 
Castore una canzone, che tutti i soldati ripetevano in coro. Senza 
chiedere quanti fossero i nemici , ma dove , marciavano a suon di 
flauto ; nel che e nell' uso di vestire uniforme furono i primi. Il re 
stava in mezzo a cento , obbligati a difenderne la vita. Non insegui- 
vano il vinto nemico , non lo spogliavano , non ne sospendevano ai 
tempj i trofei. Chi fosse fuggito era peggio che morto : dovea stare 
un dato tempo ritto in piedi in vista dell' esercito : poi non compa- 
rire in piazza, non aspirare a cariche, non menar moglie; alzarsi 
perfino al venire d'un fanciullo; se usasse olio od unguenti era ba- 
stonato. » 

Alcuno ebbe a dire : qual meraviglia se affrontino intrepidi la 
morte coloro , per cui si pochi allettamenti ha la vita ? Di fatto la 
città loro era sempre un campo, ed ogni cosa vedevasi ordinata a 
spegnere il sentimento della personalità , e identificare 1' individuo 
colla patria. Da ciò quel rinnegamento d' ogni ambizione , per cui 
Pedarete , non trovandosi accettato nel maggior Consiglio , si con- 
gratulò che Sparta avesse trecento cittadini migliori di lui. — Atene 
a' suoi migliori promettea monumenti, Roma le corone, Odino le 



18 

belle Valkerie che nei lucenti palazzi aspettano i prodi , Maometto gli 
amplessi delle Uri: Sparta nulla. Trecento cadono alle Termopile; 
essa vi colloca una pietra scolpendovi : HANNO FATTO IL LORO 
DOVERE » — 

Tra la gente medesima « i divertimenti stessi non erano che di 
forza. Negli spettacoli i vecchi cantavano : 

Noi pochi i grandi eserciti • . 

Colpimmo di paura : 

I nostri petti furono 

A sparta invitte mura ; 

Ma grave è ornai Y età : 

Sparta de' suoi magnanimi 

Le tombe onorerà. 
Allora con allegro tuono soggiungevano i giovani : 

Chi di valor ci avanza? 

Per noi son le battaglie 

Gioia d' ionia danza : 

Noi delP età sul fior , 

Bollente abbiam nell' anima 

Di patria il sacro ardor. 
E voci puerili ripigliavano : 

Lascia che varchino 

Pochi anni , e poi 

Vedrà la patria 

Che valga in noi 

Desio di gloria , 

Guerriero ardor. 
E ponevano gli Spartani cura grande in tramandare alla memoria 
i versi di Omero, di Terpandro e di Tirteo > e li cantavano andando 
a battaglia. Così la poesia e la musica insieme congiunte erano la 
fiamma alla quale ardeva e sfolgorava di gloria il valor cittadino. ( Vedi 
Cantù Storia Univers. Tom. I. ) 



CALL1N0 



nacque in efeso: e creduto inventore della elegia, nel 
cui metro cantò. vlsse , dicesi , all' età stessa di omero 
e di esiodo; ma è incerto quando egli di vero fiorisse. 
Varie sono le poesie ch'egli dettò; ma questo cantico 
guerriero è il solo che di lui ne pervenne , i versi del 
quale — dice il centofanti — spirano ancora il fuoco 
che deve infiammare un cittadino petto , e insegnano a 
morir per la patria. — 



E quando destarvi dal sonno vorrete, 

E quando, o garzoni, nel petto accórrete 
Magnanimi sensi d'antico valor? 

Sentite siccome v'insulti il vicino... 
Né all'armi v'accende 1' onor cittadino? 
Y? è addosso P obbrobrio, né v'arde il rossor? 



Codardi! Pensate poltrir nella pace; 

Ma l'ira guerriera ne' cuori non tace; 
Ma freme la terra di Marte al furor. 

Ah ! dove di patria P amor ci trasporta 
Si corra , o garzoni ; si mora ; che importa ? 
Ma P ultimo moto sia moto d' onor. 



quanto è soave a libero petto 

Per tenera sposa, per figlio diletto, 
Per gloria di patria la morte affrontar ! 

Dei vili,, dei prodi son ferme le sorti. 
Su dunque nel campo correte da forti 
Col ferro , colP asta la patria a salvar. 



22 

No, l'uomo non fugge l'estremo destino , 

Né il vanto lo salva di sangue divino : 
Cammina alla morte ehi nacque mortai. 

Che vale al codardo fuggir la tempesta 
Degli archi nel campo? Nel mezzo alla festa, 
Ne' dolci suoi lari la morte Tassai. 



L' assale : ed il pianto de' figli non ode , 
Non arpa notturna , non canto di lode , 
Onor del sepolcro pel vile non v' ha. 

Ma prode guerriero che in campo moria, 
Per volger di tempo da* suoi non s'oblia , 
Lo piange ogni sesso , lo piange ogni età. 



Morendo, fra tutti lasciava perenne 

Di sé desiderio , siccome egli ottenne 
Vivendo la gloria che a un Dio l'eguagliò. 

Qual torre a cui tutti gli sguardi son volti 
In sé delle genti gli encomj ha raccolti , 
Che solo per molti guerrieri operò. 



NOTA 

Tra le parecchie traduzioni prescelsi quella dell' ARCANGELI, 
come la più popolare , e la più pieghevole al canto — 



UN CONSIGLIO D'ALCEO 

Colui che air onda instabile 
Ama fidar suo legno , 
Attento spii se l'etere 
Palesi avverso segno 
Pria che abbandoni il suol. 

Ma — poiché sciolse — intrepido 
L'ire del mar crudele 
Forza gli è pur combattere, 
E volger le sue vele 
La dove il vento vuol. — (1) 



(1) Si legge nel Parnaso Straniero che pubblica PANTONELLI 
ed è traduzione di F. ZANNOTT1.